Accompagnatore Donne Firenze, le confessioni di Alice.

Accompagnatore Donne Firenze, le confessioni di Alice.

Accompagnatore donne Firenze il titolo per voi per questo venerdì. Durante l’incontro con il gigolo, oltre a vari passaggi tra cena intima a due, prestazioni ed effusioni sessuali a letto ci sono anche quei momenti in cui si parla, si discute, ci si confessa sulla vita e sulle varie esperienze vissute, con amori, amanti, fidanzati e mariti.

Ed è proprio una confessione fatta all’accompagnatore donne a Firenze che oggi voglio farvi leggere, ovviamente sempre con il consenso di chi me l’ha raccontata e poi scritta. Mi risulta sempre curioso e affascinante ascoltare le avventure di vita passata di chi ha voglia di raccontarle, è sempre una novità per il vostro gigolo scoprire cosa succede nelle dinamiche famigliari, sopratutto quando queste risultano piccanti, buona lettura.

“Buongiorno a tutti, sono Alice e oggi sono qui con il mio bel gigolo a Firenze e tra un bacio, una carezza ed un brindisi mi son messa a raccontargli un’avventura che mi è capitata tempo fa, l’ho da prima condivisa con lui ed ora voglio condividerla con tutti voi, dato che l’argomento ho un filo conduttore simile ai racconti del suo blog.

Alice era in vacanza con la famiglia ed era un po’ delusa: l’animazione non le sembrava all’altezza dell’anno prima, gli altri ospiti nemmeno e suo marito era nervoso e solitario come al solito. Era arrivata da un paio di giorni e un senso di noia e tristezza la stava prendendo, c’era poi quello strano sfogo sulle gambe, sembravano bollicine; non erano molto evidenti, ma la infastidivano: già il suo corpo a 46 anni non era certo più quello di una volta, se ci si metteva pure un’irritazione…

Se non poteva divertirsi, voleva almeno approfittare della vacanza per farsi bella, nuotare, abbronzarsi e piacersi un po’ di più. Quella mattina il tempo era un po’ incerto e aveva proprio deciso di fare un salto in centro, in Farmacia per farsi dare un’occhiata.

Prese le chiavi della macchina e in 5 minuti fu a destinazione. La farmacista non si sentiva di darle nulla, visto che non c’era prurito e non sembrava un eritema, così le consigliò di andare dalla sua dottoressa che sarebbe arrivata nel giro di mezz’ora in un ambulatorio lì vicino.

Alice si avviò verso lo studio; era deserto e lesse fuori dalla porta che si trattava di uno studio associato; erano le 10.35 e la dottoressa sarebbe arrivata alle 11 a dare il cambio al Dottor G.. Alice pensò: non c’è nessuno, perché dovrei aspettare la Dottoressa, per me uno vale l’altro, mi fermo da questo dottore se apre la porta.

Il Dottor G. era un bell’uomo sulla cinquantina, molto abbronzato, molto vanitoso. Guardava negli occhi il ragazzo che aveva appena visitato, spiegandogli come nebulizzare uno spray contro l’asma che gli aveva ordinato.
Era una di quelle giornate noiose di fine estate, in cui l’unica cosa che vorresti sarebbe mollare tutto, prendere la barca e guadagnare il mare aperto fino a….. senza saperlo, solo, forse senza tornare.

Quando aprì la porta vide Alice venirgli incontro con aria interrogativa dicendo: “Il Dott. G.?” “Sì, si accomodi” le disse stringendole la mano. Lei cominciò subito a raccontare di come l’avesse mandata la Farmacista per uno sfogo strano che di lì a poco gli avrebbe mostrato.

Parlava sorridendo, ma senza guardarlo. Indossava un caftano rosso molto bello, che il dottore le disse di togliere per accomodarsi poi sul lettino.
Alice fu rapidissima e si sdraiò sul lettino indicando le gambe e dicendo “Ecco vede dottore? Non è troppo accentuato, però si vede. Cosa può essere?” Il dottore si avvicinò a quel corpo minuto, ma estremamente sinuoso e chiedendo scusa sfiorò le gambe di Alice, col palmo e poi col dorso della mano e non ebbe dubbi: “Be’, questa è sudamina” “cioè…?”

Le spiegò i sintomi e i motivi, ma lei non aveva prurito e questo era piuttosto strano. Il dottore sembrava perplesso e cercava sulla sua pelle qualche indizio in più. Ragionava a voce alta e chiedeva informazioni ad Alice, se prendesse farmaci, integratori, o altro; lei rispondeva in tono vivace, così come era brillante quello del dottore, che scherzava e la spingeva a rilassarsi e a lasciarsi andare a quell’ironia che la caratterizzava nei momenti migliori e che lui sembrava apprezzare.

Così gli disse del tè verde che trangugiava giornalmente, perché era antiossidante, delle vitamine che prendeva, delle creme di cui si cospargeva, e lui diceva sorridendo: “Ma lei è completamente matta…! Ma perché prende tutta questa roba? Che ha che non va? Lei è perfetta.”

Sorridendo pareva naturale che lui stesse toccando ed esaminando ogni centimetro del suo corpo e parve naturale togliersi il reggiseno del costume quando lui disse “Vediamo il seno”. Molte donne erano salite sul quel lettino e il dottore si stupiva dell’attrazione assolutamente inarrestabile che lo spingeva verso quella donna.

Era carina certo, e simpatica, ma aveva visto donne molto più belle e più giovani e non gli avevano fatto lo stesso effetto immediato. Certo aveva la pelle morbida e tesa insieme e si muoveva con una grazia naturale eppure estremamente sensuale. Non riusciva a staccare le dita da lei e le chiese di togliere gli slip: la sudamina si concentra, di solito, soprattutto all’inguine.

Alice sfilò gli slip consapevole che lui la stava guardando e di colpo si sentì eccitata e vulnerabile. Forse il dottore stava solo visitandola minuziosamente per dovere professionale, forse però gli piaceva farlo, o forse la stava “testando” e voleva prendersi gioco di lei.

Si sdraiò di nuovo guardando il soffitto e cercando di non pensare alle dita di lui che le accarezzavano l’interno delle cosce e salivano, per poi scendere di nuovo sfiorando appena o esercitando una leggera pressione in certi punti, per accertarsi della presenza o meno di bollicine.

Le chiese di girarsi e lei lo fece lentamente, inarcando leggermente la schiena per poi riabbassarsi, ben consapevole della curva invitante che disegnavano le sue natiche.
Il dottor Grandi sapeva che quella posizione sarebbe stata molto, troppo eccitante per lui, ma si controllò e sempre lentamente cominciò ad accarezzare il sedere di Alice che ormai non aveva più respiro; si spostò sulla schiena, bellissima, dominando il desiderio quasi doloroso di appoggiare le labbra in quel punto in cui si inarcava per innalzarsi nuovamente.

Sentì che stava scivolando e improvvisamente disse: “Bene signora, io non le prescrivo nessun farmaco e nessuna terapia: solo sapone neutro e niente creme per qualche giorno. Se non dovesse passare, questo è il mio numero, mi chiami quando vuole”.

Alice fu quasi sollevata: ormai cominciava a stare male e allora si rivestì in fretta, sentì quasi piegarsi le ginocchia quando lui le strinse la mano con forza, e scappò.
Lui la guardò allontanarsi dalla finestra, senza riuscire a calmarsi e desiderandola forse ancora di più mentre correva quasi, dentro quel caftano rosso che le danzava intorno.

Certo sperava che sarebbe tornata, anche se sapeva che sarebbe stato un rischio molto grande: non sarebbe riuscito a controllarsi, e lei? Non la conosceva, come avrebbe reagito? Poteva mettersi a urlare, poteva perfino denunciarlo e comunque fargli fare una pessima figura, e lui era un professionista stimato.

Alice aveva la testa in fiamme, ma era rinfrancata, eccitata e quasi felice; si sentiva bellissima e leggera come un sogno. Sapeva che sarebbe tornata da lui.
Lasciò passare qualche giorno, lo sfogo si era un po’ attenuato, ma era comparso in altri punti; bene, era necessaria un’altra visita. Chiamò. “Ma certo che mi ricordo! Venga pure, l’aspetto”.

Aprì la porta per far uscire la ragazza e la vide seduta proprio di fronte; ebbe solo il tempo di sorriderle e sentire una frustata nei lombi, poi la signora Biondi entrò e cominciò a raccontargli con la sua voce lamentosa di come le facessero male le ossa e gli occhi e i piedi…..

Alla fine riuscì a tranquillizzarla come sempre, la mandò a casa più serena e spalancò di nuovo la porta per Alice. Era nervosa ed eccitata, parlava in fretta e scherzava per ostentare una sicurezza che non aveva. Lo eccitò ancora di più. Si spogliò tenendo solo gli slip e si sedette sul lettino mostrandogli la nuova situazione.

Il suo corpo gli parve ancora più sensuale, forse era solo più abbronzato e il seno bianco come il latte era un invito meraviglioso: si costrinse a guardare altrove e trovò lo spirito giusto per scherzare sul costume con cintura “stile 007″ che naturalmente la invitò a togliere.

Come gli piaceva quando si spogliava! Avrebbe voluto farla rivestire e spogliare di nuovo mille volte, ma non era il caso, così si lasciò andare alla ricerca delle bollicine di nuova generazione, passando le dita sul ventre, sulle gambe, salendo piano lungo l’interno delle coscie fino ad accarezzare l’inguine, premendo e massaggiando, quasi accarezzando le labbra di lei, che immaginava bagnate e calde, ma che ancora non voleva raggiungere.

Le chiese di girarsi, e carezzare quelle natiche così rotonde e lisce gli diede quasi il capogiro. Aspettava un segnale da lei. Oh lo sapeva che era eccitata, percepiva il suo profumo, caldo e invitante, ma il dubbio che volesse solo giocare lo tratteneva penosamente.

Alice ormai non parlava più, da quando dalla sua bocca era uscita una voce che non era più la sua; stringeva forte le labbra per non gemere e cercava di controllare il respiro, perché non fosse troppo evidente quanto si era fatto affannoso.

Quando le dita di lui premettero sull’incavo della schiena, strinse i denti per non inarcarsi come un giunco e quando quelle stesse miracolose dita indugiarono così vicine al suo sesso, ebbe una contrazione e si chiese se lui l’avesse percepita o magari addirittura vista, dato che aveva le gambe dischiuse.

Deglutì più di una volta e pregò che lui la sfiorasse inequivocabilmente là dove lei lo voleva. E finalmente lui lo fece: passò un dito leggero ma deciso sulla fessura di lei, che si aprì pulsante e bollente, mentre dalla sua bocca usciva un gemito liberatorio che era un singulto e un singhiozzo.

Lui si chinò sulla sua schiena per baciarla, senza staccare le dita dal suo sesso e prendendola, girandola, baciandola e mordendola dappertutto. Lei capì subito che non sarebbe stato un amplesso dolce, né lento e ritmato: si sentiva come in un vortice, lui non le lasciava il tempo di muoversi, o di respirare, o di prendere l’iniziativa in nessun modo.

Dio come sapeva abbandonarsi! La sua bocca, il suo ventre, tutto di lei sembrava invitarlo a prenderla, inghiottirla, dissolverla e lui si perdeva nei suoi sospiri e nei suoi gemiti, finché non la sentì contrarsi intorno alle sue dita e sussultare come sospinta da un vento caldo che urlava uscendo dalla sua bocca.

Il dottore la guardava con compiacimento e con invidia e, posandole una mano sulla bocca le sussurrò: “Piano piccola piano”, e lei strinse gli occhi, come se anche quelli potessero urlare e si riempì la bocca di quelle dita che sapevano di lei.

Poi lui la girò e lei si accorse che finalmente si era spogliato anche lui. Si aspettava da lei una parola o un commento, come spesso era accaduto, ma lei non lo gratificò con nessun complimento, si avvicinò, semplicemente, ancora ansante, e sfiorò, leccò, succhiò, avviluppò.

Poi prese le mani del dottore e se le mise sulla testa, mentre a lui sfuggiva un lamento che sembrava una supplica. Non aveva mai sentito una donna così succube e insieme così potente e sentì che la vita gli stava uscendo dai lombi; si sottrasse da quell’abisso ributtandosi su di lei.

Come faceva a sapere esattamente dove toccarla e con quale insistenza e con quale velocità? Le sembrava che lui avesse 100 mani e 1000 dita e lei lo voleva adesso, ne aveva bisogno. Gli disse: “Prendimi, ti prego, ti prego” e lui rispose sorridendo: “Non ci penso neanche”. Fu come se le avesse dato uno schiaffo, ma non smetteva di frugarla, sollevandola, portandola al limite e poi allontanandosi e lei riuscì solo a dire singhiozzando: “Perché?”

“Così torni” . “Non posso tornare, come faccio?” Lui non smetteva di baciarla e morderla mentre le diceva: “Sono sicuro che troverai una scusa, un abbassamento di pressione……”. “Non ti piaccio”. “Mi piaci moltissimo, mi piace tutto di te e voglio che torni”. I nuovi orgasmi che le strappò furono rabbiosi, intercalati da tentativi di prenderlo, accarezzarlo, costringerlo, ma lui sembrava volesse consumarla, finché lui le disse “Tesoro, sei un lago di sangue..”

Lei si guardò ed esclamò “Oh mio Dio”. Credeva di avere le mestruazioni, ma lui le disse in tono rassicurante: “Non ti preoccupare, è colpa mia, scusami, sono stato un po’ troppo violento, devo averti graffiata”. Lei era talmente piena di piacere che le parve una consolazione e tutti e due si misero a cercare di sistemare lo scempio che avevano combinato.

Lui aveva anche i pantaloni macchiati, ma riuscirono a pulirli e a nascondere tutto sotto il camice.
“Bene, ora ti darò qualcosa per farti peggiorare…” disse lui quando si furono ricomposti. Era così violento quando faceva l’amore (amore?) e così solare negli altri momenti. Come faceva?

“Nome e cognome” disse col sorriso più dolce della terra….. “Mio Dio” lei pensò “è l’Ultimo tango, la scopata senza cerniera, non sappiamo i nostri nomi… be’ io il suo lo so, perché l’ho letto fuori…” Le piaceva l’idea, stava già pensando alla scusa per poter tornare. Ci fu anche il tempo di qualche domanda sui rispettivi figli, sul villaggio dove alloggiava lei e consigli medici seri. Poi la baciò come se avesse voluto ricominciare e le aprì la porta.

La sera si scoperse piena di lividi, aveva perfino il segno di un morso su un seno: aveva smesso subito di sanguinare, ma era ancora gonfia ed infiammata. Le piaceva sentire e vedere su di lei i segni di tutto quel piacere, ne era come orgogliosa.

Erano passati due giorni, il dottor G. non pensava che sarebbe tornata, forse aveva esagerato, soprattutto nel non lasciarsi andare, ma quella donna gli metteva addosso una specie di sadismo mentale, che si ripercuoteva anche su di lui. E poi non voleva perdere il controllo in ambulatorio, non sapeva come sarebbe stato, come si sarebbe sentito dopo, gli sembrava troppo azzardato.

“Sono guarita”. “Come sei guarita? Accidenti!”. Gli erano aumentate le palpitazioni all’improvviso e si sentiva euforico. La tenne al telefono a chiacchierare e scherzare, tanto stava andando verso casa, chiedendole ancora scusa e dicendo:”Io sono fatto così, è stato un incontro a forti tinte, ma d’altra parte non avrei potuto fare nulla di diverso…” E lei era contenta di sentirlo così, così, allegro, vivo e ammiccante. Gli disse che sarebbe venuta il giorno dopo, nel pomeriggio.

Anche questa volta l’ambulatorio era quasi vuoto, non dovette attendere molto. Appena entrò il dottore chiuse a chiave la porta e poi la prese fra le braccia. Si baciarono a lungo, in piedi davanti alla scrivania, abbracciandosi soltanto, senza cercarsi subito e lui le disse: “Ecco cosa c’è; hai un corpicino delizioso e occhi brillanti, ma la bocca è veramente meravigliosa”.

Trovò il nodo della cintura e lo sciolse per sfilarle il vestito leggero e senza smettere di baciarla la accompagnò al lettino. Era calmo e lento nei movimenti, le sfilò il costume e si spogliò anche lui. Cominciò ad accarezzarla guardandola in faccia; gli piaceva da impazzire quel suo modo di aprire la bocca quando gemeva, le labbra parevano diventare ancora più carnose e tremavano, voleva sentirla venire fra le mani prima di prenderla, ma gli sembrava di scoppiare, allora la girò, pose il sesso su quello di lei, senza spingere, con un ultimo sforzo e le chiese: “Dimmi quanto mi vuoi”. Lei disse solo: “Piano piano, fai piano, non darmi tutto subito”, ma non poteva far piano, semplicemente non poteva.

L’urlo di lei lo scosse e lo costrinse a riaprire gli occhi; la strinse forte e cercò di lasciare che fosse lei a muoversi e a guidarlo. Non le lasciò il comando per molto, era troppo morbida, rialzava troppo i fianchi e i suoi lamenti erano come l’accompagnamento di una danza che lo stordiva, avrebbe perso il controllo troppo presto.

La girò e le sollevò le gambe, penetrandola con forza e con lentezza, finché non la sentì tremare e sussultare.
Alice era ancora in balia della risacca delle ultime onde, quando lui cominciò a sfiorarla, poi a spingerla e premerla e strofinarla, senza smettere di muoversi dentro di lei e lei si ritrovò di colpo di nuova in mezzo all’uragano, sospinta e sollevata e sempre più sua.

La lasciò riposare un poco, baciandola e sussurrandole parole che lei non capì: voleva sentirlo fremere e lo cercò, con le mani, con la lingua e la bocca, ma lui le lasciò lo spazio di un attimo, chiuse gli occhi, emise quello che sembrava un singhiozzo e poi la prese di nuovo.

Alice gli si aggrappò, avrebbe voluto non smettesse mai e glielo disse; lui sorrise, allora lei continuò: “Continua non fermarti, voglio che mi scopi fino a domani, aprimi, fottimi, fammi male” non sapeva cosa stesse dicendo, ma le piaceva dirlo, era eccitante sentire la sua voce e quella di lui che le rispondeva.

Lui era ebbro del piacere di lei, la sentiva sua come poche volte gli era successo di sentire una donna e ogni fibra del suo corpo era come risucchiato in lei, gli sfuggiva inesorabilmente e proprio mentre lei stava per sciogliersi in un nuovo orgasmo, uscì, violentemente come era entrato, soffocando un grido di dolore.

Lei non lo soffocò il suo grido, ma nella disperazione del momento, non volle sapere il perché del suo gesto e sfogò la sua frustrazione nella bocca di lui, baciandolo e mordendolo e cercandolo ancora. Continuarono a prendersi, lei cercò di fargli l’amore per avere un po’ di respiro, per avere il tempo e il modo di capirlo, studiarlo, amarlo, ma lui non glielo permise se non per brevissimi istanti, continuò a non permetterle di muoversi come voleva, di prenderlo o di farsi prendere come voleva, finché lui disse: “Tesoro, è tardissimo”.

Era vero, naturalmente, non si poteva ragionevolmente pensare di prolungare una visita ulteriormente. Con un bacio accettò la separazione e mentre lui si dava una rinfrescata al lavabo, Alice raccolse le sue cose cominciò a rivestirsi.

Era in bikini quando lui si avvicinò per stringerla e passarle improvvisamente una mano negli slip, penetrando con due dita dentro di lei, mentre col pollice premeva forte sul clitoride. Non si aspettava quello che sarebbe successo e nemmeno lei. Dovette sorreggerla col braccio libero, perché un orgasmo tumultuoso la stava squassando come un albero nella tempesta, e un fiotto caldo e copioso gli inondò la mano e il braccio, corse lungo le gambe di lei, si perse nei suoi sandali e formò una deliziosa pozzanghera fra le sue coscie aperte.

Lui riuscì solo a dire “Mio Dio piccola”, lei avrebbe voluto piangere, ma non c’era tempo. Quando la baciò prima che uscisse, le disse: “Sai che c’è? Ti scoperei da capo. Vieni domani?”. Lei l’avrebbe picchiato volentieri, lo odiava per non essere riuscita ad averlo. “No, domani proprio non posso, devo fare le valigie.

Questa sera qualcun’altro si prenderà quello che è mio, vero?” Lui la guardò un po’ contrariato e le disse che, no, e chi doveva prenderselo?
Certo che potrebbe provare a chiamarmi, potrebbe portarsi al cancello e vedere se lo posso raggiungere per un saluto veloce…. Forse verrà.

Arriverà mattina o pomeriggio? Secondo me pomeriggio; la mattina farà le valigie, poi verso sera con una scusa….. tanto ormai è tutto pronto.
Il dottor G. aveva appena finito di cenare ed era roso da un sentimento che odiava: l’indecisione. Alice non era venuta e lui non glielo perdonava, ma soprattutto non perdonava a se stesso quella voglia maledetta di raggiungerla, qualunque cosa stesse facendo, per sbatterla contro il primo muro che avesse trovato.

La telefonata di un paziente lo salvò; durò pochi minuti, ma quando chiuse il cellulare, di colpo realizzò che quella telefonata gli avrebbe invece fornito l’alibi giusto per prendere la macchina. In cinque minuti fu al villaggio, lasciò l’auto nel primo posto che trovò e seguì la musica. Sotto il palco i bambini stavano ballando e lui scorse in fretta le panche dove sedevano quelli che dovevano essere i genitori, e la vide, apparentemente sola.

Le si portò di fianco e senza guardarla la prese per mano. Alice non poté fare a meno di seguirlo e mentre quasi correva trascinata da quella mano che la sospingeva verso la spiaggia, sentiva già le cosce umide e calde.
Lui si fermò dietro le prime cabine, la schiacciò contro il legno mentre i suoi baci erano pieni di parole rotte e roche e le sue mani graffiavano mentre strappavano tutto quello che lo separava da lei.

Si calmò solo, per un attimo, quando fu dentro di lei, ma lei gli disse “Non fermarti amore, spaccami, voglio sentirti adesso, scoppia, riempimi” Il grido che uscì dalla sua gola era la musica più bella che Alice avesse mai sentito e gli spasmi che attraversavano il suo corpo erano più inebrianti di qualsiasi orgasmo lei avesse mai provato, la smorfia di sofferenza del suo viso ne facevano il volto più seducente che mai avesse visto.

Quando il dottore si abbandonò su di lei e le chiese, ancora ansante “Era questo che volevi, no?”, lei rispose “Sì dottore, era questo. Grazie”
Rinfilò gli slip, gli sfiorò le labbra con un bacio e tornò verso il palco ravviandosi i capelli.”

Che dire? Il racconto di Alice mi è piaciuto un casino, come l’ha descritto in tutti i suoi particolari, tra sensazioni e pensieri intrecciati e la passione ed eccitazione che fa da padrona nella sua testa e tra queste righe del sito del vostro accompagnatore.

Ditemi pure la vostra sull’argomento e se avete qualcosa da confessarmi e poi volete condividerla, scrivetemi pure in privato.

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2 comments

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  1. Anonimo

    Che bel racconto accidenti! Ma spegni una cosa caro gigolò. Le donne che ti scelgono sono tutte fantastiche o lo diventano dopo averti conosciuto…..?

    • gigoloraul
      Author

      Posso dirti che qualcuna migliora, qualcun altra rimane lì dov’è e qualcun altra sparisce…dipende sempre dalle esigenze di chi mi vuole…E tu, vorresti incontrarmi?

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